Istituto Tecnico "Vittorio Bachelet" - una risorsa per il futuro

"E' necessario formare i giovani alla responsabilità, alla saggezza, al coraggio e, naturalmente, alla giustizia. In particolare dovrà coltivarsi nei giovani la virtù alla prudenza." Vittorio Bachelet

Amministrazione

Incontro con Liliana Segre

“GIORNATA DELLA MEMORIA “ . LA 4A E LA 4M INCONTRANO LILIANA SEGRE

 

 

Un paio di scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove:

sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica

“Schulze Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse

in cima a un mucchio di scarpette infantili

a Buckenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo

chi sa di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni

ma il suo pianto lo possiamo immaginare

si sa come piangono i bambini

anche i suoi piedini li possiamo immaginare

scarpa numero ventiquattro

per l’ eternità

perché i piedini dei bambini morti non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse

a Buckenwald

quasi nuove

perché i piedini dei bambini morti

non consumano le suole.

                                    Joyce Lussu

 

Con le parole di questa struggente poesia il prefetto di Ferrara, il dott. Michele Campanaro, ha introdotto , assieme alle altre autorità, l’intervento della senatrice a vita Liliana Segre che, al Teatro Nuovo di Ferrara, venerdì 11 gennaio, ha incontrato 700 studenti , tra cui le nostre due classi, la 4 A e la 4 M.

Liliana Segre è una dei 25 bambini italiani sopravvissuti, fra i 776 che furono portati al campo di concentramento di Auschwitz.

“Ascoltatemi come nonna” inizia così Liliana Segre il lungo racconto di quegli anni, a partire dal 1938, quando lei, orfana di mamma, viveva in una famiglia ebrea della piccola borghesia milanese.Lei è la “principessa” di papà Alberto. È proprio lui a doverle dire che è stata espulsa da scuola. “Ma perché? Cosa ho fatto di male?”. “ Perché, perché, perché, perché, perché” lo dice cinque volte e sono come lame nel cuore quando le sentiamo pronunciare. Il drammatico racconto prosegue sino all’arrivo ad Auschwitz quando lascia per sempre la mano del suo adorato papà che non rivedrà mai più. E a questo punto la commozione è stata davvero tanta: come non immedesimarci nel suo stato d’animo, pensando ai nostri papà! E ancora i toccanti “perché”, sempre ripetuti 5 volte, a testimoniare la follia di quanto accadeva, il suo bisogno di oggi, come di allora, di capire il perché!

Tra gli incontri che segnano la sua vita all’interno del campo, c’è quello con Janine , l’operaia francese che lavorava nella fabbrica di munizioni con lei. “Alla selezione io passai , lei fu bloccata. Ero così felice di essere ancora viva che non fui capace di pietà, non mi voltai. Ero diventata una lupa, affamata ed egoista. Fui vigliacca. Non le dissi nemmeno “Coraggio”. Ricorda con sofferenza la senatrice.

E finalmente arriva il 27 gennaio 1945 quando vengono abbattuti i cancelli di Auschwitz, ma per Liliana Segre non è ancora finita. Inizia infatti “la marcia della morte”. “Settecento chilometri dalla Polonia alla Germania, un passo davanti all’altro, senza cadere, senza potersi appoggiare a nessuno”. Alla fine di aprile si apre il cancello anche di quel campo. “I soldati tedeschi abbandonavano le divise e quando un ufficiale gettò la sua pistola per terra ho avuto la forte tentazione di prendere quella pistola e ucciderlo, ma per fortuna non lo feci. Capii la differenza tra me e il mio nemico, io avevo scelto la vita, ero diversa da lui e in quel momento sono diventata quella donna libera e di pace che sono anche adesso”.Come non rimanere ancora una volta colpiti dalla commozione e dall’affetto di queste parole che sottolineano l’assenza di odio, l’amore per la vita, la capacità di cogliere segni di vita anche in luoghi di morte!

Mi chiedono come, alla mia età (88 anni), trovo ancora la forza di portare la mia testimonianza tra la gente, soprattutto tra i giovani” “

A queste persone rispondo”: “Il debito di tramandare la memoria di coloro che non sono tornati fa sì che io, finché avrò fiato, parlerò ai giovani, che stanno a sentire più degli adulti, di quello che è successo per la colpa di essere nati ebrei. Quando incontro i ragazzi di oggi, così fragili, così pronti a delegare, a dare la colpa allo stato, alla famiglia, alle istituzioni, cerco sempre di spingerli ad avere fiducia in loro stessi, perché solo così potranno andare avanti e decidere della loro vita. Devono ascoltare la voce della loro coscienza e non quella di chi grida più forte degli altri”. Ha concluso con queste parole il lungo racconto e anche la mattinata, Liliana Segre lasciando in noi un segno indelebile e una grande responsabilità: tramandare agli altri quanto è successo perché “non accada mai più”.

Gli alunni delle classi 4A e 4M

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